Troppo spesso ci complichiamo la vita con concetti astratti, quando la soluzione è sotto i nostri occhi. Fare l'amore e non la guerra non è solo un vecchio slogan degli anni Sessanta, è un'esigenza biologica e mentale. La felicità dovrebbe essere la nostra priorità assoluta. Rispetto, accoglienza, curiosità verso chi è diverso da noi per provenienza o religione non dovrebbero essere sforzi enormi, ma la base del nostro stare insieme. Queste non sono solo belle parole, ma i mattoni per costruire un'intelligenza umana che funzioni davvero. Se ci pensate bene, cosa c'è di più intelligente del vivere bene insieme invece di distruggersi?
Fondere le culture per me è come dipingere. Non significa perdere la propria identità o cancellare i colori originali, ma arricchirli. È come quando si mescolano i colori su una tela: non ottieni il caos, ma sfumature nuove che prima non potevi nemmeno immaginare. Ogni volta che impariamo qualcosa da una tradizione lontana o scambiamo un'idea con qualcuno che la pensa diversamente, facciamo un passo avanti come specie. È lì che sta il vero progresso, non solo nei computer o nelle scoperte tecnologiche.
Mi piace immaginare un mondo dove la convivenza felice sia la normalità e non l'eccezione. Un mondo dove ci si guarda negli occhi e si vede un essere umano, punto. Senza etichette e senza confini mentali. Se l'arte può servire anche solo a far riflettere qualcuno su questo, a far posare un mattone invece di lanciarlo, allora sento che il mio lavoro ha un senso. Alla fine, vogliamo tutti la stessa cosa: sentirci al sicuro, amati e liberi di essere noi stessi. Non è poi così difficile, se iniziamo a crederci davvero e a parlarne con semplicità, come faremmo con un amico davanti a un caffè.