Ho osservato questa dinamica riflessa in innumerevoli connessioni fallite, come un artista che si innamora del proprio bozzetto preparatorio e non dell'opera finita, complessa e imperfetta. Inizia con la prima impressione, uno sguardo, una frase lasciata cadere che si incastra perfettamente nella nostra narrativa interiore. Da quel punto, la nostra mente prende il sopravvento, agendo da editor e curatore: toglie gli spigoli, riempie i vuoti con le qualità che desideriamo, e proietta una luce di adorazione sull'immagine risultante.
Il problema è che l'oggetto del nostro desiderio non è mai veramente uscito dallo schermo di proiezione che abbiamo costruito. Non è Platone, è un algoritmo auto-sostenuto. La sofferenza dell'amore non corrisposto non deriva dal rifiuto della persona reale, ma dalla cruda e improvvisa consapevolezza che l'ologramma che abbiamo amato con tanta dedizione non era mai stato ancorato alla realtà esterna. Non si ama una persona assente, si ama l'idea perfetta che la nostra solitudine le ha cucito addosso. E spezzare quel legame significa semplicemente disattivare la propria, meravigliosa illusione.